«Cittadinanza si, ma solo per chi davvero vive e lavora in Italia».

Continua il dibattito sullo Ius Soli, la legge che in questi giorni è in discussione in Senato e promuove la cittadinanza ai nuovi immigrati. Una legge che fa riflettere sul senso di appartenenza e cittadinanza. E’ giusto dare la cittadinanza anche a chi semplicemente è nato in Italia o ci vogliono dei criteri maggiori perchè possa essere ottenuta? «Penso che l’integrazione sia alla base di ogni cultura democratica – premette Rachele Sacco capogruppo FI – Ma questo non significa che basti risiedere nel nostro Paese per ottenerla o affichè la possano ottenere i figli. Una legge che non considera tutte le sfaccettature non farebbe che fomentare l’immigrazione clandestina o semplicemente finalizzata all’ottenimento della cittadinanza».
Una posizione possibilista che vaglia dunque i pro e i contro di una legge complicata: «Essere cittadini di uno Stato significa sposarne i valori, conoscerne i costumi, esserne parte integrante – analizza Sacco – Dunque dare la cittadinanza solo perchè in uno Stato si è nati, pensiamo ai bimbi venuti alla luce su territorio italiano dopo gli sbarchi, significa non dare valore alla nostra di identità. Non è calpestare un suolo a determinare l’appartenenza a un Paese».
Questione di buon senso secondo la consigliera: «Bisognerebbe riflettere sui flussi migratori e non fare del buonismo – rammenta Sacco – Ovvio che ascoltando le testimonianze dei bimbi che vanno a scuola con i nostri figli e non hanno la cittadinanza ci facciamo tutti coinvolgere, ma ci vuole raziocinio. Le attuali leggi però non escludono dall’ottenimento della cittadinanza i minori che vivono da sempre in Italia, perchè al compimento della maggiore età viene loro concessa. Andrebbe sicuramente migliorato l’iter di acceso, con meno burocrazia per chi ormai è a tutti gli effetti italiano, ma senza però cadere nell’eccesso opposto».
Il problema è dunque a monte: «Non se dare o meno la cittadinanza a chi è integrato, vive e lavora nel nostro Paese. Ma semmai gestire al meglio il fenomeno migratorio che ci sta travolgendo creando problemi di sicurezza, ma anche di convivenza – sottolinea la consigliera- Tra ricongiungimenti e nuovi italiani, potremmo ritrovarci in Italia, nei prossimi 5 anni, 5milioni in più di stranieri e questo, da un punto di vista psicologico, è devastante soprattutto per quelle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese e devono lottare ogni giorno vedendosi negare dei diritti».
La posizione della consigliera è dunque di arginare l’effetto boomerang: «L’essere troppo inclusivi non fa contenti nessuno e non è la soluzione. Non dimentichiamo poi che molti attentati, in Francia o Inghilterra, sono avvenuti per mano di figli di immigrati. Le cosiddette seconde generazioni – fa notare la consigliera – Prima di parlare di Ius Soli bisognerebbe essere in grado di evitare questi fenomeni, lavorando con le nuove generazioni e le loro famiglie, facendo si che si sentano italiani e non regalandogli la cittadinanza».
Chieri, 21 giugno 2017