Prevenzione, assistenza domiciliare, attenzione al malato e costi della sanità.

Questi gli argomenti al centro del convegno “La Salute della Città” organizzato dal Comitato per l’ospedale a Chieri insieme all’associazione Adelina Graziani, che si è svolto mercoledì sera, 15 febbraio 2017, nella gremita Sala della Conceria a Chieri.

Una serata per approfondire il tema della salute del territorio, ma sopratutto sul territorio evidenziando le criticità dei servizi e le prospettive future. 

«Viviamo in un Paese in cui si fa ancora difficoltà a proseguire una gravidanza a rischio, dove non tutte le donne riescono a essere seguite in modo degno e in certi pronti soccorso manca l’h24» Apre con una denuncia Riccardo Ruà presidente dell’Associazione Adelina Graziani contro la malasanità che nel suo intervento ripercorre alcune tappe della sanità piemontese sottolineando quanto, in questi ultimi 15 anni si sarebbe potuto fare ed evitare semplicemente lavorando bene sui territori: «La Sanità deve entrare nelle famiglie, nelle scuole e una sanità che non è parte integrante del territorio, che non mette in rete sistemi e istituzioni non può essere chiamata tale».

Un intervento condiviso e approfondito da un altro relatore, Rachele Sacco presidente del Comitato per l’Ospedale a Chieri e vice presidente dell’associazione Adelina Graziani: «Il nostro territorio è stato vittima dei tagli regionali. Sono stati chiusi reparti e fatte scelte di mero risparmio che nulla tengono conto dei reali bisogni della cittadinanza. L’articolo 32 della Costituzione sancisce che la tutela della Salute è inviolabile, ma non stiamo andando in questa direzione. Ogni giorno ascoltiamo i problemi della popolazione, i casi di malasanità ed è facile notare come queste necessità non siano invece ascoltate dai vertici regionali. Abbiamo casi eclatanti di sprechi di denaro pubblico, investimenti in strutture sanitarie mai realizzate. L’ospedale di Verduno, tra Alba e Bra è uno di questi casi. Uno scempio che dopo 20 anni è ancora in fase di realizzazione – continua la rappresentante cittadina – La Sanità è un’eredità che riceviamo dai nostri genitori e lasciamo ai nostri figli. Qui sul nostro territorio ci sono 5mila cittadini che hanno detto no a queste scellerate politiche della sanità dettate dalle Regioni. Hanno detto no alle partecipate, ma cercano un’umanizzazione delle risorse, con servizi territoriali e ospedali a misura d’uomo».
Sono intervenuti diversi esponenti della sanità piemontesi, medici soprattutto che hanno portato la propria personale esperienza di corsia: «Il pronto soccorso è quell’imbuto che serve a capire quali sono i mali maggiori della Sanità – apre il suo intervento Domenico Martelli dirigente medico al pronto soccorso Ospedale Maria Vittoria di Torino – Chi viene in pronto soccorso è spesso una persona che non sa dove altro rivolgersi. Non riesce ad accedere alle visite, liste di attesa troppo lunghe e costi elevati. Alle volte ci vogliono sei mesi per accedere a una visita pubblica, mentre bastano due giorni se in intramoenia. Le persone non sono in grado di pagare le visite. Abbiamo problemi di posti letto, e ci sono pazienti che stanziano giorni in pronto soccorso. Si aggiunge disagio a disagio. Non c’è rispetto della dignità del malato. Non si può risolvere la sanità con interventi emergenziali, ma è necessario partire dalla prevenzione».
Prevenzione, come filo rosso che unisce tutti gli interventi della serata: «Non ha senso parlare di servizi ospedalieri se non si parla di servi territoriali – mette in chiaro Massimo Uberti direttore generale dell’Asl To 5 – Il malato medio che arriva in pronto soccorso ha almeno quattro cinque malattie. E’ un paziente anziano, che necessità di diverse specialità. I nostri ospedali non possono contenerle tutte. E’ fondamentale quindi che ci sia uno stretto collegamento con la medicina sul territorio. I nuovi contratti della nostra Asl permetteranno di creare centri di aggregazione di medicina generale che possano essere maggiormente vicini alle necessità delle famiglie. Bisogna garantire che si diffondano questi centri. Il nostro compito è progettare oggi per domani, ripartendo proprio dai servizi territoriali».
Centri di continuità di cura e progettazione condivisa: «E’ imprescindibile che qualunque decisione venga presa dal Comune di Torino in ambito di prevenzione, come ad esempio le azioni di contenimento dell’inquinamento, debbano poi essere condivise e portate avanti anche dalla cintura – motiva Giuseppe Salamina direttore di Unità Operativa, centro controllo malattie dell’Asl To 1 –  La prevenzione abbraccia molti più ambiti di quelli che possiamo immaginare, diversi dalla Sanità pura, ma che senza mancherebbe valore. Prendiamo ad esempio la figura dell’infermiere delle famiglie di comunità che svolge un ruolo essenziale, ma consideriamo anche un altro fattore critico della nostra realtà: la vetustà delle strutture e del personale medico. Se non rinnoviamo questi due ambiti, se non preveniamo, rischiamo tra dieci anni non di avere più la Sanità».

Una popolazione che invecchia, che ha sempre più bisogno di assistenza nella cronicità: « Ogni giorno dobbiamo affrontare la fragilità dell’anziano. E’ sempre più in crescita il numero di persone sopra gli 80 anni nell’ortopedia  – racconta Elvio Novarese direttore della Struttura complessa di ortopedia e traumatologia dell’Asl to 5 – Le famiglie hanno un ruolo essenziale e il territorio deve dare loro supporto, ma anche il contrario con maggiore integrazioni delle famiglie nelle strutture sanitarie».

Circoli viziosi dai quali sembra non si possa uscire: «La questione è che cè stato negli ultimi anni un arretramento altissimo del sistema sanitario – interviene Andrea Ciattaglia della Fondazione Promozione Sociale Onlus e Direttore della rivista Prospettive assistenziali – Ci sono in Piemonte 30mila malati a cui è stato tolto l’assegno di sussidio. Casi cronici da anni in attesa di cure domiciliari. Persone che finiscono in centri privati che le famiglie non sono più in grado di sostenere economicamente. Credete che una famiglia che ogni mese spende 3mila euro in una struttura sanitaria privata possa fare girare l’economia? No. A un certo punto si affiderà ai pronto soccorso, per disperazione, a danno della Sanità pubblica. Situazioni che non si verificherebbero se venisse messo in azione un piano assistenziale che prende atto delle reali esigenze».
Un dibattito sentito e partecipato che ha fotografato una situazione complessa da descrivere come quella del sistema sanitario: «Quello che secondo me dovrebbe essere un buon metodo per fare programmazione nella Sanità è progettare mettendosi nei panni dei malati – conclude Sacco – Troppo spesso ci troviamo di fronte a bravi professionisti, ottimi tecnici che forse non sono mai stati pazienti. Io sono stata da entrambe le parti e quando devi attendere un esito o capire come uscire da una patologia, allora solo in quel caso capisci che i risparmi sulla Sanità non si possono fare sulla pelle delle persone, ma vanno cercati altrove»